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OPPOSTA DIREZIONE - Pubblicazione non periodica eurasiatista. A cura del Coordinamento Progetto Eurasia. Responsabile di redazione Paolo Bogni. Diffusione interna gratuita.
OPPOSTA DIREZIONE NUMERO 11 - Luglio 2009
Sommario
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Beppe Grillo: l’ultimo utile idiota di Paolo Bogni E’ dal 2005 che Beppe Grillo non parla più di Signoraggio bancario. Le discussioni animate dalla sua comicità – durante i suoi celebri spettacoli - sull’emissione della moneta-debito “creata” dalle Banche Centrali, sulle porcherie commesse dall’Alta finanza e sulle pratiche usuraie (legalizzate da uno Stato servo e codino) perpetrate dalle Banche Commerciali, sono sparite come d’incanto. E’ vero che nei suoi appuntamenti-show egli parla e commenta di molte tematiche che apparentemente infastidiscono il Sistema, quali le battaglie contro la privatizzazione dell’Acqua, o quelle che riguardano il ritorno del Nucleare, o quelle che concernono la moralizzazione delle Istituzioni o la lotta alla casta dei politici-servi, etc.., ma il problema dei problemi – quello della Moneta che crea Debito Pubblico e Mutui capestro per i cittadini – è bellamente ignorato, da quattro anni in qua, dall’istrione genovese. Cosa ci sia stato dietro quell’improvviso silenzio nessuno può con certezza dire nulla. Io penso che Grillo abbia ricevuto minacce - a sé e alla sua famiglia - che lo hanno costretto a mettersi la museruola quando (non più) parla di Bankitalia, BCE o Federal Reserve. A lui è concesso di fare il Pierino su tematiche che, per i Poteri forti nazionali e internazionali, sono di secondaria importanza e di nessun reale fastidio. A completare il quadro della normalizzazione di Beppe Grillo e del suo ritorno nei ranghi della politica politicante (quella da lui detestata..) ecco la sua candidatura a segretario del Partito Democratico. Non un Partito qualunque. Il Partito più amato e finanziato dai banchieri nostrani e internazionali. Vale la pena ricordare alcuni nomi di questi benefattori del PD: Bini Smaghi, Profumo, Consorte, Passera, Bazoli, vale a dire la crema delle Banche commerciali più potenti d’Italia, per non parlare della Goldman Sachs (nota Banca d’Affari americana), rappresentata nelle fila del PD dai prodiani. Nel perfetto stile del gioco delle parti, gli attuali gerenti del PD “osteggiano” il tesseramento di Grillo in vista della sua candidatura autunnale. Lo ritengono “ostile” al PD e quindi non idoneo a farne parte. In realtà, anche il solo proporsi alla guida di quel Partito, comunque vada a finire la storiella del tesseramento, ha già messo in condizione Beppe Grillo di essere un perfetto utile idiota al servizio del Sistema. E questo per tre buoni motivi. Il primo è lo sdoganamento morale di quella banda di mascalzoni quali sono i Banchieri, perché il PD ne è la maggiore espressione politica, quantunque anche lo stesso Berlusconi sia un Banchiere e quindi associabile a quella Cosca trasversale. Il secondo è perché Grillo, così facendo, trasmette l’idea che il Sistema possa essere riformato dall’interno. Il terzo è che con la sua discesa in campo, anche velleitaria, Grillo reintroduce, come valida, la drammatica dicotomia destra-sinistra; cioè ripropone quella castrante gabbia del pensiero all’interno della quale, nel più perfetto dei linguaggi politicamente corretti, la sinistra è il luogo buono dell’azione politica mentre la destra ne rappresenta il lato malvagio. In realtà, destra e sinistra sono due facce della stessa luridissima medaglia, e agiscono in complementare sinergia per rafforzare il Sistema retto dai padroni banchieri e dai grandi capitalisti. Grillo sembra essersene completamente dimenticato. Capisco che le minacce possano terrorizzare, ma il cambiamento paradigmatico del suo pensiero e della conseguente azione non può essere sottaciuto. Anche il Coordinamento Progetto Eurasia – dalla sua prospettiva evidentemente non cabarettistica ma accademica - dovrebbe tener conto dell’involuzione del comico ligure per apprenderne un significativo insegnamento: se ci si limita – in una chiave tutta geopolitica – a sostituire l’unipolarità americana con la multipolarità macroregionale - anche con un’Eurasia protagonista - senza preoccuparsi di mettere in discussione le logiche di fondo della criticata unipolarità, il CPE rischia la fine dei Grillo e dei Travaglio. Non vorrei che in un prossimo futuro il PDL, per bocca di Bonaiuti, Schifani o Pisanu, dovesse “osteggiare” il tesseramento del buon Tiberio Graziani. Ho azzardato e scherzato ma, in termini del tutto teorici, non sarebbe un bello scenario.
Appello contro la Dittatura Bancaria e Tecnofinanziaria. Di Andrea Marcon* No alla vita basata sul prestito e sull’usura. No al debito eterno degli Stati, dei Popoli e dei Cittadini. Il Popolo (attraverso lo Stato) torni titolare della Sovranità Monetaria.
La questione della Sovranità Monetaria non è questione economica. Riguarda tutti gli aspetti della nostra vita. La Banca Centrale Europea, proprietà delle Banche Nazionali Europee, come Bankitalia, emette le banconote di Euro. Per questa stampa pretende un controvalore al 100% del valore nominale della banconota (100 euro per la banconota da 100 Euro), appropriandosi del potere d’acquisto del denaro che crea a costo zero e senza garantirlo minimamente. E’ un’incredibile regalia truffaldina ai danni della popolazione intera. Gli Stati pagano questa cifra con titoli di Stato, quindi indebitandosi. Su questo debito inestinguibile, pagheranno (pagheremo) gli interessi passivi per sempre. Con le tasse dei cittadini, o vendendo a privati beni primari, come le fonti d’acqua. Per contenere il debito pubblico, che è generato soprattutto dal costo dell’emissione del danaro che lo Stato paga alla BCE, ogni governo è costretto ad aumentare una pressione contributiva diretta ed indiretta sempre più alta nel tempo, che per alcuni soggetti, i più deboli, corrisponde ad un prelievo forzoso di oltre il 60% del proprio guadagno. Questo enorme profitto è incamerato ingiustamente, illegittimamente ed anticostituzionalmente dalla BCE, ovvero dai suoi soci, le Banche Nazionali, a loro volta controllate da soggetti privati. Queste Banche sono di proprietà privata, e, soprattutto, di gestione privata, anche se ingannevolmente vengono fatte passare per “pubbliche”. Gli utili che traggono dalla emissione monetaria vengono occultati attraverso bilanci ingannevoli, in cui si fa un’arbitraria compensazione dei guadagni da Signoraggio con inesistenti uscite patrimoniali. Dopo 60 anni di Signoraggio (il guadagno sull’emissione) esercitato da Bankitalia e BCE, l’Italia ha un enorme debito pubblico generato esclusivamente dai costi per l’emissione del danaro pagati alle Banche Centrali. Se l’emissione del danaro fosse stata affidata allo Stato, senza creare debito, oggi non avremmo un solo euro di debito pubblico e le tasse da reddito potrebbero non esistere od incidere minimamente sui redditi da lavoro. Tutti i costi sociali (pubblico impiego, opere, scuole, ospedali) si sarebbero potuti coprire con i proventi da IVA (imposta sul valore aggiunto) magari maggiorata al 30% per i prodotti di lusso e non popolari, e da tasse su transazioni soggette a pubblica registrazione. Senza usura contro lo Stato da parte delle Banche Centrali, che ha costretto lo Stato a vessare i propri cittadini con tasse spropositate (ricordate il prelievo sul conto corrente voluto dal banchiere Ciampi, travestito da uomo politico?), non bisognerebbe lavorare 30 anni per comprare una piccola casa, pagando tassi da usura. Non esisterebbe il degrado sociale, la povertà, il precariato, la delinquenza come mezzo di sopravvivenza di massa. Senza il Signoraggio delle Banche Centrali gli Stati non avrebbero più debiti e non sarebbero più costretti a tassare e tartassare i propri cittadini, a sottoporli a forme di controllo poliziesco per la determinazione dei redditi. I guadagni da lavoro dipendente ed autonomo sarebbero tutti legittimi, provati e dichiarabili senza timore, senza evasione, senza elusione, e l’unica tassa da riscuotere sarebbe quella sull’acquisto di beni e servizi, favorendo quelli per la sussistenza con aliquote più basse ed alzando le aliquote per i prodotti voluttuari e di lusso. Ritornando la sovranità monetaria nelle mani degli Stati sovrani si eliminerebbe il debito degli stessi e di conseguenza di larga parte della popolazione. L’esistenza di noi tutti, condizionata e vincolata fin dalla nascita dal principio usurocratico del debito sarebbe sollevata dall’angoscia da rata, da scoperto di conto corrente, da pignoramento, da sfratto, da banca dati della puntualità dei pagamenti. Le nostre vite sarebbero liberate dall’assillo dal lavoro, del doppio lavoro, del bisogno di guadagnare tanto, per poi pagare il 60% del proprio guadagno allo Stato, perché lo Stato è sotto l’usura dei Banchieri. Merita trattazione a parte l’analisi delle influenze sulla nostra vita dell’assillo economico. Influenze negative di carattere psichico, culturale, sociale. Con i drammi della povertà, dell’emigrazione, del doppio lavoro familiare, del lavoro precario, del lavoro insicuro, delle pensioni minime, che, senza la voracità da usura delle Banche Centrali, si sarebbero potuti evitare. Sottoponiamo l’appello a deputati, senatori, giornalisti, intellettuali, contestatori, anticonformisti, per promuovere la proposta di legge che faccia tornare l’emissione monetaria in mano statale, ovvero politica e popolare. Diffondiamo la verità negata: viviamo in una dittatura bancaria che impone a tutti l’angoscia esistenziale della vita basata sui debiti. Azzeriamo il debito degli Stati. Eliminiamo la schiavitù degli indebitati per sopravvivere. Riprendiamoci la nostra vita e la nostra libertà. *Coordinatore nazionale Movimento Zero
Dal Molin: come, quando e perché (da Byebyeunclesam.com)
Claudio Magris al Quirinale dà lezione di retorica di Lorenzo Salimbeni
Ogni rituale che si rispetti ha i suoi sacerdoti, le sue liturgie. Non è da meno il 27 Gennaio, l’anniversario dell’ingresso dei sedicenti “liberatori” nel campo di concentramento di Auschwitz nel lontano 1945, data che a viva forza i mass media stanno inculcando nell’immaginario collettivo come momento fondante di una nuova civiltà globale e punto terminale della cultura europea (“dopo Auschwitz è impossibile scrivere poesie” ha sentenziato qualcuno). La liturgia olocaustica che ci ha travolto a fine gennaio è stata sapientemente anticipata nel periodo dell’aggressione sionista a Gaza: “Non si può paragonare l’Olocausto con quel che sta succedendo a Gaza!” ha, infatti, sbraitato un giovane israelita nel corso della tanto discussa puntata di Anno Zero di Santoro. Le maggiori cariche istituzionali hanno poi ritenuto opportuno far svolgere il 27 gennaio scorso al Quirinale una lectio magistralis a Claudio Magris, insigne germanista e già Senatore indipendente eletto nel collegio triestino nelle fila dei Progressisti nel 1994. Il cantore della Mitteleuropa ha così avuto modo di puntare il dito sulla crudeltà nazionalsocialista, uscendo dalle righe solamente allorché ha sostenuto la non unicità della Shoah: gulag, tratta dei neri, genocidio dei tasmani e vittime della guerra civile guatemalteca sono le pietre di paragone, quasi a negare le proprie radici giuliane in nome di un cosmopolitismo che gli ha fatto ricordare le stragi compiute in ogni dove fuorché quelle perpetrate ai confini d’Italia proprio a danno dei suoi connazionali. Il meglio di sé l’ha però sfornato nelle battute conclusive dell’allocuzione, dedicate all’attualità: “L’antisemitismo - ha affermato il nostro - che oggi vediamo con sgomento di nuovo all’opera, sia pur in sordina, può avere molte facce, anche molti nomi. Può chiamarsi antisionismo, quando nega allo Stato di Israele il diritto di esistere o ne auspica la distruzione, il ché è ben diverso dal criticare, a torto o a ragione, l’una o l’altra politica dell’uno o dell’altro governo israeliano. […] Per quel che concerne Israele, chi considera la sua esistenza come una minaccia alla pace è indubbiamente antisemita e va bollato e combattuto”. Visto e considerato che l’elettorato israeliano continua a premiare i partiti militarmente più aggressivi e che le critiche internazionali vengono tacitate anche qualora si presentino nelle vesti di Risoluzione dell’ONU, non capiamo come mai non si possa auspicare la fine dell’Entità Sionista: l’Iraq non rispettava risoluzioni dell’ONU ed è stato disintegrato, gli elettori che hanno premiato partiti di forte ispirazione nazionale (il movimento di Haider in Austria o Hamas in Palestina o ancora Hezbollah in Libano) vengono additati al pubblico ludibrio ed i legittimi governi che hanno posto in primo piano il rispetto della propria sovranità nazionale sono stati messi al bando (Chavez in Venezuela e Putin in Russia). Solo alle classi dirigenti di Tel Aviv è lecito legiferare nello sprezzo del diritto internazionale, fare la voce grossa nella difesa delle proprie prerogative nazionali e portare avanti programmi elettorali aggressivi che trovano senza problemi di sorta (boicottaggi, sanzioni e richiami di ambasciatori) realizzazione pratica. Il male assoluto di finiana memoria oggi in buona sostanza veste i panni di chi, come il Presidente iraniano Ahmadinejad, auspica la fine dell’Entità Sionista in quanto soggetto politico autore di una spietata politica di stampo colonialista, ovvero intenda farla finita con la retorica dei “due stati per due popoli” (ipocrita paravento per chi vuole mettere sullo stesso piano la Grande Israele ed una miriade di Bantustan) e pensi piuttosto a fondare un unico stato laico che accolga coloro i quali vogliono ritornare alla propria terra dopo 60 anni di esilio o non vogliano più essere quotidianamente umiliati da muri segregazionisti e infami check-point. Non basta, però, essere amici di Israele: “Dopo l’antisemitismo - ha proseguito Magris citando Egon Schwarz, intellettuale israelita fuggito da Vienna dopo l’Anschluss - la cosa peggiore è il filosemitismo. Il filosemitismo è infatti sospetto; può indicare una cattiva coscienza o la preoccupazione di nasconderla agli altri o a se stessi; suona talora stridulamente come una excusatio non petita, una affannata ostentazione di sentimenti buoni o politicamente corretti. Il filosemitismo rivela spesso insicurezza o imbarazzo nei confronti degli ebrei e può coprire un represso e livido antisemitismo”. Al di là della curiosa assonanza con le ramanzine rivolte recentemente da D’Alema a quei politici del centrodestra che fanno a gara nel dimostrarsi filosionisti, traspare la proposta di un processo alle idee, una diffidenza innata nei confronti delle intenzioni, il sovvertimento della buona fede presunta che è uno dei pilastri del nostro sistema giuridico. Per non incorrere in questo psicoreato, molto probabilmente, l’unico atteggiamento corretto è quello del “servo noachico”: trattasi di una figura umana definita nei testi sacri ebraici come “animale parlante” ed è l’estraneo alla comunità ebraica.
DIES IRAN
di Gianluca Freda Ahmadinejad ha vinto. Fatevene una ragione. Senza averne alcuna prova, molti politici ed “esperti” americani hanno liquidato la rielezione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, con il 62,6 per cento dei suffragi, come un imbroglio. Costoro ignorano il fatto che il 62,6 per cento ottenuto da Ahmadinejad nelle elezioni di quest’anno è essenzialmente lo stesso 61,69 per cento che aveva ottenuto nei conteggi definitivi delle elezioni presidenziali del 2005, quando aveva stracciato l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Lo shock degli “esperti dell’Iran” per i risultati di venerdì è totalmente autoindotto, fondato sulle loro preferenze e sui loro pii desideri. Per quanto le elezioni iraniane non siano “libere” secondo gli standard occidentali, la Repubblica Islamica può vantare una storia trentennale di elezioni caratterizzate da un alto grado di contestazione e competizione ad ogni livello, presidenziale, parlamentare e locale. Le manipolazioni sono sempre esistite, come avviene del resto in molti altri paesi. Ma le rimonte avvengono (come nella notevole vittoria a sorpresa di Mohammed Khatami nelle elezioni presidenziali del 1997) e anche le “defaillance” (come nella rielezione di Khatami nel 2001, nella prima vittoria di Ahmadinejad nel 2005 e, aggiungeremmo noi, come è avvenuto quest’anno). Come molti media occidentali, gli “esperti” americani avevano sopravvalutato la “rimonta” di Mir Hossein Moussawi nelle ultime settimane di campagna elettorale. Cosa più importante, si erano dimenticati dell’efficacia di Ahmadinejad come candidato e politico populista. Gli “esperti” americani non avevano notato che Ahmadinejad era percepito da molti iraniani come il vincitore dei dibattiti televisivi contro i suoi tre avversari, soprattutto nel suo confronto con Mousawi. Prima dei confronti televisivi, tanto i pubblicisti di Ahmadinejad quanto quelli di Mousawi riferivano in privato di aver percepito un incremento del sostegno verso Mousawi; dopo i confronti, gli stessi pubblicisti concludevano che la performance mirabilmente provocatoria di Ahmadinejad e quella dimessa di Moussawi avevano portato alle stelle le possibilità del presidente in carica. Le accuse rivolte da Ahmadinejad a Mousawi di essere sostenuto dai figli di Rafsanjani - visti nella società iraniana come personaggi corrotti - sembravano aver fatto effetto sugli elettori. Allo stesso modo, le argomentazioni di Ahmadinejad secondo le quali i sostenitori riformisti di Mousawi, incluso Khatami, avrebbero mirato a sospendere il programma di arricchimento dell’uranio senza ottenere nulla in cambio dall’occidente, avevano assicurato al programma un ampio sostegno popolare e avevano il vantaggio aggiuntivo di essere vere. Cosa più importante, gli “esperti” americani avevano notevolmente sottovalutato la base elettorale di Ahmadinejad. In Iran le rilevazioni statistiche sono notoriamente difficoltose: molti sondaggi sono condotti in modo assai poco professionale e producono dunque risultati di discutibile affidabilità. Tuttavia un sondaggio condotto prima delle elezioni di venerdì da un’agenzia occidentale che aveva reso trasparente la propria metodologia – interviste telefoniche eseguite dall’11 al 20 maggio dalla Terror-Free Tomorrow [“Per un domani libero dal terrore”, bel nome bipartisan!, NdT] con base a Washington - aveva rilevato che Ahmadinejad si trovava 20 punti davanti a Mousawi. Questo sondaggio era stato condotto prima dei confronti televisivi durante i quali, come si notava poc’anzi, Ahmadinejad era apparso a proprio agio mentre Mousawi non aveva fatto bella figura. Gli “esperti” americani avevano ipotizzato che la “disastrosa” situazione economica iraniana avrebbe indebolito le prospettive di rielezione per Ahmadinejad. Ma il Fondo Monetario Internazionale prevede che l’economia iraniana avrà quest’anno una crescita, seppur modesta, mentre le economie di molti paesi del Golfo Arabo sono in recessione. Un numero significativo di iraniani - compresi i religiosi, i gruppi a basso reddito, i funzionari pubblici e i pensionati - sembra convinto che le politiche di Ahmadinejad siano andate a loro vantaggio. E sebbene molti iraniani si lamentino dell’inflazione, il sondaggio della TFT ha scoperto che la maggior parte degli elettori non ne attribuisce la colpa ad Ahmadinejad. Gli “esperti” sostenevano anche che l’alta partecipazione al voto del 12 giugno - 82 per cento dell’elettorato - avrebbe favorito Mousawi. Ma si tratta di un’analisi fondata su null’altro che illazioni. Alcuni “esperti” sostengono che l’origine azera di Mousawi e il suo “accento azero” avrebbero dovuto garantirgli la vittoria nelle province a maggioranza azera; e poiché in quelle province Ahmadinejad ha invece ottenuto risultati migliori, i brogli sarebbero l’unica spiegazione possibile. Ma Ahmadinejad stesso parla un azero molto fluente, grazie ai suoi otto anni di servizio come funzionario in due province a maggioranza azera, nelle quali si è guadagnato successo e popolarità; durante la campagna elettorale ha citato ad arte brani di poesia azera e turca - in lingua originale - in alcuni appelli che miravano a procacciarsi la simpatia della comunità azera dell’Iran (e non dimentichiamo che la Guida Suprema dell’Iran è di origine azera). L’idea che Mousawi dovesse, per qualche motivo, avere la vittoria in pugno nelle province a maggioranza azera è semplicemente priva di fondamento nella realtà. Per quanto riguarda le irregolarità nelle votazioni, le denunce specifiche fatte da Mousawi - la scarsità di schede elettorali in alcuni distretti e il non aver tenuto aperti i seggi abbastanza a lungo (anche se in realtà i seggi sono rimasti aperti per almeno tre ore oltre l’orario di chiusura programmato) - di per sé non possono aver capovolto i risultati a favore di Ahmadinejad in maniera così netta. Inoltre, tali irregolarità, in sé e per sé, non rappresenterebbero una frode elettorale neppure per gli standard legislativi americani. E se paragonate alle elezioni presidenziali in Florida nel 2000, le pecche del sistema elettorale iraniano appaiono assai poco significative. Sull’onda delle elezioni, alcuni “esperti di politica iraniana” - forse scottati dalla propria incapacità di comprendere le dinamiche politiche contemporanee della Repubblica Islamica - affermano che stiamo assistendo ad un “colpo di stato di stampo conservatore” mirante ad ottenere un totale controllo sullo stato iraniano. Ma si potrebbe suggerire, in maniera più plausibile, che se c’è stato un tentativo di “colpo di stato” esso è stato posto in essere dagli sconfitti nelle elezioni di venerdì 12 giugno. E’ stato Mousawi, in fondo, a dichiarare la propria vittoria prima ancora che i seggi iraniani fossero chiusi. E tre giorni prima delle elezioni, Rafsanjani, sostenitore di Mousawi, aveva fatto pubblicare una lettera in cui criticava l’incapacità della Guida Suprema di tenere a bada il ricorso di Ahmadinejad a “strumenti disgustosi e peccaminosi come insulti, menzogne e false argomentazioni”. Molti iraniani hanno interpretato questa lettera come un segnale del timore, da parte degli uomini di Mousawi, che il loro candidato avesse perso punti nei giorni conclusivi della campagna elettorale. Alla luce di questi sviluppi, molti politici ed “esperti” sostengono che l’amministrazione Obama non può adesso intrattenere rapporti con il regime “illegittimo” di Ahmadinejad. Di certo, l’amministrazione non dovrebbe dare l’impressione di “parteggiare” nell’attuale controversia sulle elezioni iraniane. In questo senso, il commento rilasciato venerdì dal presidente Obama, poche ore prima della chiusura dei seggi in Iran (“come si è avverato in Libano, così può avverarsi anche in Iran di vedere i popoli che contemplano nuove possibilità”), è stato estremamente infelice. Dal punto di vista di Teheran, questa osservazione ha minato la credibilità dell’ammissione, fatta da Obama al Cairo il mese scorso, sulle complicità americane nel rovesciare il governo democraticamente eletto dell’Iran per rimettere sul trono lo Scià nel 1953. L’amministrazione Obama dovrebbe rifiutare con forza ogni invito a sfidare Teheran dopo il voto. In senso più ampio, la vittoria di Ahmadinejad dovrebbe spingere Obama e i suoi consiglieri a fare i conti con le carenze e le contraddizioni intrinseche del loro approccio con l’Iran. Prima delle elezioni iraniane, l’amministrazione Obama aveva nutrito la stessa illusione di molti suoi predecessori: l’illusione che la politica iraniana fosse incentrata su una singola personalità politica e quella di poter trovare la personalità giusta con cui trattare. Non è così che funziona la politica iraniana. La Repubblica Islamica è un sistema con molteplici centri di potere; all’interno di questo sistema, esiste un consenso forte e stabile sulle questioni essenziali della sicurezza nazionale e della politica estera, inclusi il programma nucleare iraniano e le relazioni con gli Stati Uniti. Ciascuno dei quattro candidati nelle elezioni di venerdì avrebbe fatto proseguire, come presidente dell’Iran, il programma nucleare; nessuno avrebbe acconsentito alla sua sospensione. Ciascuno dei quattro candidati sarebbe stato interessato ad aperture diplomatiche con gli Stati Uniti, ma tali aperture avrebbero dovuto essere tolleranti, rispettose dei legittimi interessi dell’Iran alla sicurezza nazionale e al prestigio nella regione, condiscendenti verso il diritto dell’Iran di dare sviluppo e trarre beneficio dal pieno potenziale della tecnologia nucleare a scopo civile - incluse le ricerche sul ciclo del combustibile nucleare - e miranti ad un reciproco riconoscimento. Questo tipo di approccio sarebbe anche, a nostro giudizio, nell’evidente interesse degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente. E’ tempo che l’amministrazione Obama persegua tale approccio con il massimo impegno, insieme ad un’amministrazione iraniana guidata dal rieletto presidente Mahmoud Ahmadinejad. Quale antifascismo? Di Matteo Pistilli Ogni tanto, nell’immenso mare di internet, ci imbattiamo in lunghissimi e dettagliati dossier che si pongono come scopo quello di combattere il “pericolo fascista” o meglio ancora di “smascherare i fascisti” che pare siano annidati ovunque. Come forse sarà più chiaro dopo averci riflettuto, sono manifestazioni di poco conto e poca importanza, ma visti gli sforzi che vengono impiegati per costruire questi veri papiri di fanta-politica, ci pare utile soffermarcisi sopra, anche per delinearne i significati, le cause e le conseguenze politiche; queste possono essere molto interessanti e rilevatrici della situazione culturale-politica odierna. Partiamo da un dato di fatto facilmente riscontrabile da chiunque: tutti questi dossier sono costruiti avendo come scopo il voler smascherare il vero pensiero celato dietro questo o quel gruppo, questo o quel concetto. Praticamente, portano avanti le loro insinuazioni soltanto accusando la vittima di nascondere il proprio vero pensiero. Non è difficile capire che in tale modo si può accusare qualsiasi persona di qualsiasi cosa, soltanto premettere che il colpevole dice una cosa ma ne pensa un'altra, e ammettere di costruire le proprie accuse su un non-detto, sulla critica di posizioni mai espresse. Questo è appunto un processo alle intenzioni, totalmente campato in aria, o meglio ancora, questa è psico-polizia. Siamo ai livelli di un sistema orwelliano, un Grande Fratello dove il controllo, la delazione, e le accuse infondate sono il normale agire per indirizzare il sistema culturale e politico nei binari desiderati, demonizzare chi viene sentito come “pericoloso” per lo “status quo”, accomunandolo a frange manovrate dall’alto e condannabili. Con tale metodo, di processo alle intenzioni o psico-polizia che dir si voglia, si potrebbe costruire un dossier in cui Darwin risulti creazionista (in quanto ha sempre celato il suo vero pensiero teorizzando l’evoluzionismo) oppure il Papa sia in realtà un ateo infiltrato. Non ci vuole tanto a questo punto per capire il valore (in termini di correttezza, affidabilità, conoscenza) di questi processi inquisitori. In realtà, oggi l’antifascismo è un esercizio di codardia e pigrizia intellettuale ed intellettiva. Si combatte un nemico che non esiste più, da una posizione di assoluto vantaggio: tutti oggi sono antifascisti, questo è la base dell’odierna società di massa, forse l’unico valore condiviso ovunque. Ben diversa è stata la posizione degli antifascisti al tempo del fascismo: in una società fascista (ma vale per ogni tipo di società), fare opposizione ha ben altro significato di quanto ne abbia oggi. Senza neanche contare che l’antifascismo ha avuto anche allora diversi significati, per esempio pensiamo agli anni ‘30, periodo in cui la dottrina del Partito Comunista era quella del “social-fascismo”: secondo il P.C. tutto il panorama politico non comunista, dai socialisti (dai quali i comunisti nascono!!!), passando per i fascisti, fino ai democratici, era da considerare alla stessa stregua; una concezione del genere presupponeva la fine dell’antifascismo in senso proprio. E coerentemente con questo, pensiamo anche a come l’antifascismo è stato a tratti distinto al suo interno, come ci ricorda la Grassa, il quale distingue fra “l’antifascismo che fa schifo” dei moderati che volevano esclusivamente cambiare governo, sottomettendosi agli americani, e quello di chi invece lo riempiva di tematiche sociali, utilizzando la lotta a quella determinata amministrazione per portare avanti le proprie idee. Essere antifascisti oggi, quando il fascismo è morto e sepolto, quando i pochi gruppi che vi si richiamano sono accettati costituzionalmente e hanno sempre agito a doppio nodo con servizi segreti e direttive Usa (come del resto quasi tutto il panorama politico italiano) è un voler fare una battaglia comoda, facile… si potrebbe girare una nuova versione della famosa pubblicità che recita “ti piace vincere facile?” con protagonista qualcuno che si professa antifascista. Ma le battaglie che contano non sono mai facili. Immaginiamoci un antifascista ai tempi del fascismo, che volendo lottare contro quel regime, si scaglia invece contro la morta e sepolta Italia liberale giolittiana. Cosa penseremmo di un antifascista che va a caccia di giolittiani? Perché è questo quello che avviene oggi. Nel 1945 i “fascismi” sono stati sconfitti e l’Europa (il mondo intero) si è allineata culturalmente, politicamente, socialmente con gli Stati Uniti d’America, unici veri vincitori della seconda guerra mondiale; il sistema economico di sviluppo che si è imposto è quello statunitense e oggi chi contesta l’attuale situazione deve fare i conti con questo. Che senso ha, per chi si pone in antagonismo alla situazione attuale, andare a caccia di fascisti? L’unica risposta potrebbe essere che in realtà chi si professa antifascista, e quindi continua a combattere contro un nemico eliminato e sconfitto, sia l’avanguardia del sistema dominante, sia il più irriducibile filo americano, che come il famoso giapponese, continua a combattere la sua solitaria guerra mentre il resto del mondo è totalmente cambiato. Se fosse soltanto questo, sarebbe triste e ridicolo, ma la realtà è ancora diversa. Infatti, in realtà il concetto di fascismo (ed allo stesso tempo quello di antifascismo) è totalmente cambiato rispetto al significato originale. Qui ci preme sottolineare come questo significato (originale) è, riguardo al tema di questo scritto, totalmente superfluo; tutto quello che è stato detto, come si è potuto notare, non ha nessun giudizio di valore sul fascismo che lasciamo volentieri agli storici ed agli studiosi. L’importante è notare come oggi “fascismo” sia un termine dispregiativo universalmente valido; e questo è, per chiunque sia interessato a capire il significato delle cose, nettamente negativo. Qualunque idea, concetto, termine esuli il suo significato originale per essere utilizzato fuori contesto e quindi fuori logica per intendere le cose più disparate, è un ostacolo alla comprensione ed all’intelligenza: non è un caso se nel sistema orwelliano di “1984” il Grande Fratello cambi il significato dei termini convincendo la popolazione che “La guerra è pace, l’ignoranza è forza, la schiavitù è libertà”. L’ antifascismo oggi è un imperativo del Grande Fratello planetario e considerarsi antifascisti è essere dei fedeli seguaci di questo sistema. Ma ad un livello più basso, l’accusato di essere fascista oggi, non è altro che il cattivo della situazione, lo stronzo, quello che vuole vedere un programma alla tv che a noi non piace, quello che ha idee diverse dalle mie ecc.. Cosa penseremmo se qualcuno ci venisse a dire che politicamente è “anti-cattivista”, “anti-stronzista”? Che lotta contro il male come l’Uomo Tigre? Il Male appunto. Tirando le somme della questione pare lampante come l’antifascismo sia stato imposto quale religione civile dall’unica potenza egemone uscita dalla seconda guerra mondiale, uscita vincitrice proprio contro il “Fascismo” (poco più tardi anche contro il “Comunismo”): gli USA. Questa, allargando il suo dominio fisicamente, culturalmente, politicamente ai quattro angoli del globo, ha costruito tutto un armamentario di idee e concetti per difendere lo status quo e per mettere in atto quella diversità che da sempre guida la politica americana; infatti gli Stati Uniti, come sappiamo dai numerosi studi in questione, si considerano diversi, in qualche modo eletti a guidare il mondo: “una nazione universale che persegue idee universalmente valide” dice il presidente Jefferson. E’ questo “destino manifesto” che giustifica il dominio planetario- globalizzatore degli States e che, appunto, ha come uno dei pilastri il moderno anti-fascismo. E’ sommamente “americanista” distinguere semplicisticamente (e interessatamente) la società attuale in buoni e cattivi, così che fra i primi figurino sempre i “liberatori” occidentali in lotta perenne contro l’asse del male (i cui “membri” sono a prescindere fascisti, qualunque sia la loro provenienza). In realtà è proprio la sovranità-libertà dei continenti ad essere il pericolo da scongiurare nel progetto globalizzatore della super-potenza americana: attraverso basi militari, attraverso i mass media e tramite la scelta delle elite politiche, la cultura ed il dominio americano, che è l’attuale status quo, vengono perpetuati. Non è un caso che in un paese che ha fatto della lotta al fascismo (quello originale) un tratto distintivo, come è la Russia, le organizzazioni che hanno l’unico scopo di combattere l’inesistente fascismo odierno, sono considerate dal ministero degli interni, pericolose e da combattere in quanto controllate da potenze straniere (indovinate un po’ chi?) per destabilizzare la Russia stessa. Per tutti questi motivi, chi oggi fa della battaglia antifascista (semplice, vincente, trendy, ma totalmente fuori tempo e diretta dal dominante americano) la propria battaglia, è da considerare senza dubbio alcuno, un collaborazionista degli Stati Uniti; un conservatore, un difensore dell’attuale status quo, che pur di perpetuare il dominio planetario dell’unica super potenza rimasta (ma che speriamo possa presto essere frenata, creando un equilibrio multipolare, dal ritorno della Russia e dallo sviluppo della Cina), si erge a combattente di una guerra che in realtà non ha significato se non per il centro mondiale del potere economico, politico e culturale.
Dove finiscono i guadagni del signoraggio? di Manuel Zanarini Nei due precedenti articoli, abbiamo visto come le banche centrali guadagnino stampando moneta (signoraggio primario) e come quelle commerciali siano in grado di prestare denaro inesistente e chiederci sopra anche gli interessi (signoraggio secondario); a questo punto è bene domandarsi dove nascondano questi spaventosi guadagni. Oltre al truffaldino sistema che permette alle banche centrali di segnare come passività il totale del denaro circolante, permettendo loro di aggirare le leggi nazionali, che, come in Italia, impongono di versare agli Stati la quasi totalità dei loro guadagni, esistono strumenti internazionali che permettono agli istituti di far sparire agevolmente ingenti somme di denaro, tra le quali, chiaramente, anche i guadagni da signoraggio. Giusto per capire di cosa stiamo parlando, si stima che solo in Italia, la banca centrale eviterebbe di versare allo stato circa 700 miliardi di euro all’anno!!! Pensate a quante tasse in meno e a quante cose per il popolo si potrebbero fare se ci rifacessimo dare indietro questa cifra! Dicevamo di strutture internazionali in grado di far scomparire i guadagni delle banche, vediamo di cosa stiamo parlando. Si tratta delle “Camere Internazionali di Compensazione”(ICSD), società che si occupano di “clearing”, cioè di un sistema di compensazione finanziaria internazionale tra società, quindi anche tra banche, che permette di trasportare elettronicamente titoli e valori per i loro clienti, di fargli passare le frontiere degli Stati, e di assicurarne la conservazione (nel senso che fisicamente detiene i titoli, mentre i passaggi sono solo elettronici. In pratica sono delle camere di compensazione in cui vengono conservati e scambiati titoli e valori, i cosiddetti “regolamenti”, ma solo a livello elettronico. Come funzionano concretamente i flussi internazionali di denaro? Sono due le operazioni che si prestano particolarmente a far scomparire rapidamente e in modo anonimo il denaro delle banche. La prima si chiama “Correspondent Banking”, e funziona così: la banca “A” apre presso la banca “B” un conto, per i propri clienti, la quale muove questi soldi attraverso le ICSD. Questo permette ai clienti della banca “A” di godere di una situazione di doppio segreto bancario; inoltre, diventa ancora più difficile capire da dove provengano realmente i soldi che transitano nelle Camere di Compensazione. La seconda si chiama “Correspondent Clearing”, e si tratta di un vero e proprio gioco delle scatole cinesi, nel quale scoprire a chi appartengono i soldi che girano e dove finiscono diventa quasi impossibile. All’interno delle società ICSD esistono delle vere e proprie banche (Euroclear Bank per la Euroclear e la Clearstream Banking per la Clearstream, ad esempio); le banche esterne utilizzano questi istituti interni come banche di compensazione, prima di utilizzarne le relative camere di compensazione, creando così una serie di schermi di copertura da un sistema di compensazione all’altro. Va anche fatto notare che le varie ICSD, in particolar modo Euroclear e Clearstream, sono collegate tra loro da ponti elettronici (Bridges), che permettono il passaggio di informazioni in tempo quasi reale, rendendo i controlli ancora più difficili. Vi sono ICSD in tutto il mondo: il Monte dei titoli in Italia; la SegaInterSettle in Svizzera; la Chips e la DTC negli Stati Uniti; ecc; ma le più importanti agiscono a livello di Unione Europea, e sono la Swift, la Eurostream, e soprattutto, la Clearstream. Proprio su quest’ultima si è posata l’attenzione di operatori e giornalisti negli ultimi anni; da citare su tutti il libro “Soldi” di Denis Robert. Sono tre i tipi di operazioni che svolge: regolamenti interni, transizioni tra soggetti interni al suo sistema; regolamenti ponte, collegandosi con Euroclear; e regolamenti esterni, con istituti al di fuori del suo sistema. Tutte queste operazioni avvengono nell’anonimato più assoluto; infatti, se sono noti i nomi delle istituzioni o delle banche che lavorano all’interno del sistema, non si sa mai quali siano coinvolte nelle singole transizioni. La Clearstream si occupa di circa 50.000 miliardi di Euro all’anno, con un profitto che nell’anno 2000 è stato di 215 milioni di Euro. Visto l’impressionante mole di affari, e il settore in cui opera, la trasparenza e la precisione dovrebbero essere assolutamente garantite. Per il primo aspetto abbiamo già rilevato la sua totale assenza; ma, anche sul secondo fronte le cose non vanno meglio. La stessa Clearstream ha riconosciuto un margine di errore di 1,7 miliardi di Euro di errore nei titoli in suo possesso, cifra che è equivalente al debito estero pubblico del Terzo Mondo! L’indagine di Robert ha messo in luce diversi aspetti loschi degli affari Clearstream. Intanto, i nomi di alcune istituzioni o banche che lavorano con essa indicano che molte di esse hanno sedi in paradisi fiscali come Caiman, Jersey o Turk and Caicos, cosa che favorisce la sparizione di capitali; inoltre, la società è stata coinvolta in numerosi scandali, uno su tutti il caso della banca pakistana BCCI, dichiarata fallita nel 1991, ma che, nonostante la chiusura e il congelamento dei suoi averi, continuava ad effettuare transizioni tramite la Clearstream; infine, è stato anche scoperto che accanto ad essa, opera una multinazionale con sede a Clearwater, in Florida, la quale grazie a consulenti altamente specializzati, ha l’incarico di cancellare le tracce informatiche delle transazioni occulte, trasferendo così segretamente cifre consistenti. Insomma, scoprire dove le banche e le istituzioni finanziarie nascondano i soldi è praticamente impossibile; ma, dovrebbe essere uno dei compiti primari di qualsiasi Stato che osasse definirsi indipendente, visto che, nel mondo, il 95% delle transazioni sono finanziarie, mentre solo il 5% riguarda beni e servizi, cosa che lascia i privati cittadini in balia di pochi “iniziati” che manovrano nelle stanze segrete delle “Camere Internazionali di Compensazione”.
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