OPPOSTA DIREZIONE - Pubblicazione non periodica eurasiatista. A cura del Coordinamento Progetto Eurasia. Responsabile di redazione Paolo Bogni. Diffusione interna gratuita.

 

OPPOSTA DIREZIONE

NUMERO 10 - APRILE 2009

 

Sommario

  1. Fratello maschio, perché le stupri? di Paolo Bogni

  2. La riforma sanitaria di Barack Obama  di Matteo Pistilli

  3. Ai confini della realtà, agli antipodi della verità di Simone Boscali

  4. Evo Morales è una medicina per i Popoli  di Michele Orsini

  5. Comunitarismo come alternativa alla globalizzazione  di Michele Franceschelli

  6. Signoraggio secondario: come prestare denaro che non esiste… di Manuel Zanarini

  7. Immigrazione, una risorsa…per chi?  Di Gianfredo Ruggiero

 

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Fratello maschio, perché le stupri?

di Paolo Bogni

Stupro a Capodanno. Stupro a Torlonia. Stupro a San Valentino. Quanti stupri e quante violenze sul corpo e sulla psiche di una donna. Non facciamoci ingannare, però, dall’impatto mediatico di questi eventi in cui l’aggressore è uno sconosciuto agli occhi della vittima. Statistiche italiane alla mano  -  Documento Istat, Rel. Dott. Luigi Biggeri, Dicembre 2007 - Il 69% delle violenze subìte dalle donne è stato commesso all’interno delle mura domestiche o perpetrate da parenti, amici o fidanzati. L’oltraggio - nella maggior parte dei casi - ha dunque l’amaro gusto della familiarità. Inoltre, per smentire clamorosamente il luogo comune che vuole lo straniero come stereotipo del violentatore perfetto, lo stesso Documento ci ricorda che il 90% degli stupri è commesso da maschi italiani. Inutile girarci intorno. Altre analoghe statistiche allargate al “primo mondo” - quello civile e industrializzato - ci ricordano impietosamente che gli abusi su donne e minori sono compiuti in prevalenza da autoctoni. In altre parole, quella degli abusi sessuali è un’altra spia allarmante che denuncia il malessere di un occidente sempre più alla deriva. Coloro i quali volessero dar vita a progetti politico-sociali alternativi (tra i quali il Progetto Eurasia) e che si ponessero come obiettivo il superamento di questa Epoca potente ma declinante nei valori e nelle “espressioni” antropologiche, non possono esimersi dal sottovalutare questo problema che riguarda il rapporto tra i sessi nei suoi aspetti patologici e criminali. E’al nostro fratello maschio che dobbiamo porre alcuni interrogativi finali. E quando lo chiamiamo fratello intendiamo il termine nel senso suo più proprio. Con lui siamo severi e duri nei giudizi; ma è uno di noi. C’è un’universalità di fondo nel momento dello sguardo iniziale rivolto ad una donna che accomuna ogni maschio del genere umano. Diverse e infinite sono le successive declinazioni - distinte da individuo a individuo - che portano a molteplici relazioni tra i due sessi. Ma la comunanza di fondo rimane. Ed è giusto ricordarla perché non siamo né ipocriti né infami. Le formule attraverso le quali gli interrogativi verranno posti sono ad un livello prepolitico. Si tratta di capire cosa sta succedendo al maschio occidentalizzato e cosa muove il suo impulso omicida (perché uno stupro è - a suo modo - un omicidio). Vi sono dei fenomeni sociali e culturali che oggettivamente hanno destabilizzato la psiche del maschio e ne hanno causato lo smarrimento della vecchia identità, accentuandone la furia omicida. Nell’ultimo secolo la donna ha modificato il proprio ruolo nella famiglia e nella società; la famiglia stessa è modificata sia nei rapporti moglie-marito sia nei rapporti genitori-figli. In entrambi i contesti il primato maschile ha subìto un forte ridimensionamento. Giusto o sbagliato che sia, questo ridimensionamento è, a tutti gli effetti, un autoridimensionamento. Un clamoroso caso di masochismo (in)consapevole. I maschi rappresentano la stragrande maggioranza di quell’aggregato umano che sottende alla direzione del sistema capitalista e - soprattutto - all’organizzazione degli apparati “culturali” che formano la dottrina del consumismo, religione dei bisogni artificiali e indotti senza la quale il capitalismo non reggerebbe un minuto. Sistema e dottrina interagiscono tra loro e istruiscono i cambiamenti epocali a loro funzionali. Donna emancipata e famiglia modificata sono esigenze insopprimibili per i loro nefasti interessi. Le nuove figure di donna e la diversificazione delle famiglie aumenta a dismisura il binomio bisogno-consumo, altrimenti limitato in un’epoca in cui siano ancora presenti tracce della vecchia società tradizionale. Non importa qui indagare quali siano i livelli di percezione della loro strumentalità al disegno capital-consumista della donna o della/e nuova/e famiglia/e. Importante è invece capire come il maschio abbia perso potere effettivo di decisione nei nuovi contesti. Più il capital-consumismo si rafforza negli ingranaggi impersonali (profitto, iperconsumo, globalizzazione,..), più gli stregoni maschi che lo hanno evocato ne perdono il controllo ed entrano in crisi di identità. L’impulso distruttivo da esercitare su donne e bambini sono il segno di debolezza del maschio occidentale. Sono il tragico tentativo di un’impossibile quanto vigliacca rivincita esercitata attraverso il possesso coatto di corpi indifesi. Difficile sostenere, però, che la furia omicida di questi nostri fratelli maschi sia solo un derivato dei mutamenti socio-economici. E’ anche vero, infatti, che pure all’esterno e precedentemente all’epoca occidentale la donna è stata (o è tuttora) oggetto di violenza. L’occidente ha tuttavia una particolarità che lo distingue da tutti gli altri contesti storici, economici e sociali. E’ l’unico contesto che ha radicalmente mercificato l’intera esistenza umana. La donna emancipata è vissuta anch’essa come merce a cui non riconoscere dignità alcuna. L’invidia maschile nei confronti del terreno guadagnato da parte della donna completa il quadro per la vendetta di genere. Dove finirà la corsa del maschio assassino? Caro fratello, hai perso il primato che non riconquisterai con il possesso forzato del corpo di una donna. Conosciamo i tuoi impulsi e i desideri carnali che fanno parte di una natura viva. Perché sono gli impulsi e i desideri che proviamo anche noi. Comprendiamo che il sogno è definitivamente morto nel deserto nichilista dove sopravvivi. Ma cosa ottieni infierendo sui loro profumi e i loro sorrisi spezzati? Pensi di riacquistare autorità in una comunità all’oggi inesistente? Perché, invece, caro fratello stupratore, anziché trasformare quegli impulsi e quei desideri in bestialità, non li adagi in una poesia da narrare per reinventare una nuova relazione con la donna emancipata? Per aiutarla e aiutarci a deoccidentalizzarci? Mettiamola in difficoltà in questo modo, la “mascolina” moderna, che non si aspetta più un maschio romantico o il principe azzurro ma un automa frugale nei sentimenti, dedito alla produttività e in forte crisi di identità. Al contrario, susciti la creazione - ovvia e giusta – di risentimento, rancori, odi e disprezzo. E allora, caro fratello maschio, perché lo fai? Fratello maschio, perché le stupri? 

La riforma sanitaria di Barack Obama

di Matteo Pistilli

Dopo l’elezione come presidente degli Stati Uniti di Barack Obama ed i continui elogi che gli vengono rivolti a 360 gradi da tutta l’arena politica mondiale, potrebbe essere utile soffermarci a riflettere brevemente sulla tanto famosa riforma sanitaria americana. Grazie a questa in molti trovano la conferma che Obama è davvero una ventata di novità, che è la speranza di tutta l’umanità e via dicendo; tutto in linea con la costruzione del personaggio Barack  Obama  presentato come l’ennesima salvezza targata USA. Ma se lasciamo correre l’aggressione mediatica e ci fermiamo a ragionare su questa riforma sanitaria, in realtà le conclusioni devono essere ben diverse da quelle comunemente accompagnate da felicitazioni, elogi e speranze. Per ora l’unico provvedimento preso dal congresso è l’allargamento della previdenza sociale gratuita per 4 milioni di minori poveri. Ovviamente si è fatto passare questo provvedimento come salvifico, ma se andiamo a vedere bene, 4 milioni di cittadini Usa equivale all’1,3% della popolazione; per farsi un’idea la stessa percentuale in Italia riguarderebbe circa 600000 persone (senza badare al fatto che facendo la percentuale soltanto fra la popolazione dei minori la cifra sarebbe ancora minore). Detto questo è ovviamente positivo che qualche povero cristo in più possa avere la possibilità di curarsi, però dovrebbe far pensare che la potenza guida mondiale, la superpotenza che espande il proprio controllo militare e la supremazia culturale su tutto il globo (e particolarmente sul nostro continente eurasiatico) deve fare cosi tanta fatica per garantire cure a bambini poveri; anche perché questa misura è passata al congresso con molti problemi avendo avuto quasi la metà dei voti contro. In quasi tutto il mondo le cure sono garantite a tutti i cittadini, ma negli Usa, il centro del potere politico, economico, culturale che vorrebbero imporci (continuare a imporci per sempre), si fanno aspri dibattiti per decidere se dare o non dare assistenza sanitaria a un numero limitato di bambini poveri!!! Per non parlare degli scontri che stanno avvenendo per il prosieguo della riforma - che sono trasversali – e non riguardano come si potrebbe immaginare democratici contro repubblicani (e questo a riprova che la mentalità e la cultura americana sono salde e granitiche in tutto il sistema politico yankee). E qui la cosa si fa ancora più interessante perché in realtà la logica che sottintende le possibili misure è tutta economica. L’impoverimento di gran parte della popolazione americana, infatti, ha comportato l’impossibilità per molti di permettersi un’assicurazione sanitaria (costa migliaia di dollari all’anno) e quindi la diminuzione di polizze assicurative ha comportato un innalzamento dei prezzi di queste, con conseguente spirale negativa che ripropone questo schema all’infinito. Ciò mina le basi di quella grande risorsa economica e finanziaria che sono appunto le assicurazioni. Per questo motivo, l’amministrazione Obama ha pensato bene di abbassare i prezzi delle assicurazioni (in questo consiste la riforma), riportarle al limite per cui quella spirale negativa possa fermarsi; è la stessa logica che utilizzano le finanziarie per prestare soldi ai malcapitati clienti: tassi di interesse altissimi, ma appena sotto la soglia oltre la quale il cliente non accetterebbe il prestito. Il sistema sanitario, vale la pena sottolinearlo, non diverrebbe pubblico, come in Europa, bensì rimarrebbe privato, comportando vere e proprie tragedie umane ed economiche al momento di incappare in una malattia. Questo è il sistema sanitario americano, questo è il sistema della potenza globale americana. Non sarebbe ora di rendersene conto e ripensare le genuflessioni nei confronti di chi aspira a governare il mondo intero? Ovviamente, se la riforma sull’un percento dei bambini o l’altra potranno dare una mano a qualche (s)fortunato americano, non possiamo che esserne umanamente contenti e soprattutto non compete a noi europei andare ad intromettersi nell’amministrazione degli Stati Uniti d’America; ma allora perché gli Stati Uniti d’America invece si intromettono nella nostra vita propinandoci il loro sistema di sviluppo, l’occupazione militare (più di 100 basi Nato-Usa solo sul territorio italiano), pilotando le  scelte politiche? E’ evidente che, per esempio nel sistema della sanità, si stiano portando avanti privatizzazioni selvagge e si cominci a parlare anche da noi di assicurazioni private; insomma si sta procedendo verso un sistema sanitario (ma questo anche in tutti gli altri settori) simile a quello americano. Ciò è anche colpa della classe dirigente italiana ed europea tutta intenta a magnificare il dominio degli Usa sul mondo intero e poco propensa a fare davvero gli interessi dei propri cittadini. Eppure avremmo i mezzi, gli spazi, le possibilità di auto-governarci, portando avanti la cooperazione europea ed eurasiatica, così da salvaguardare la cultura che ancora (per poco) ci distingue da quella americana. Questo dobbiamo tenere a mente quando i nostri politici parlano; dobbiamo renderci conto se il sistema che ci vogliono importare è positivo oppure no, se per quanto ci riguarda è in realtà un ritorno al passato, alla povertà, alla guerra di tutti contro tutti. Come si può elevare a sistema mondiale (oltre al fatto che un sistema uguale per tutte le culture così diverse è per forza negativo!) una cultura, come quella americana,  che non garantisce neanche ai propri cittadini le cure mediche necessarie per vivere in tranquillità e sicurezza? Questo vorremmo sapere da chi, eletto da noi, oppure nominato direttamente dai poteri forti e quindi inamovibile (banchieri e soci), continua a propinarci la solita velenosa minestra. 

Ai confini della realtà, agli antipodi della verità

di Simone Boscali

Uno degli strumenti principali con cui il Sistema dei governi e degli interessi oligarchici che li reggono impone il proprio dominio è la diffusione di falsi nemici e falsi problemi su cui dirottare l'attenzione della gente. E' un metodo che ha permesso per decenni, a partire da tutto il '900, di deviare anche gli sforzi dei più attenti osservatori e intellettuali della politica contro donchichottiani mulini a vento mentre i mali che realmente mettevano in ginocchio l'umanità passavano inosservati sotto i loro nasi come i marinai di Ulisse dalla grotta di un Polifemo reso cieco. Politica e oligarchie economiche hanno portato questa tecnica a una tale raffinatezza ed efficacia che sempre più arrivano all'azzardo di non limitarsi a diffondere falsi bersagli, ma addirittura arrivano a ribaltare come un guanto la realtà proponendo di essa una versione diametralmente opposta. E così mentre l'arroganza sionista ritorna a prendere corpo in risposta a un risveglio della resistenza araba e musulmana e la censura intorno a chi critica le politiche israeliane si è fatta totalitaria, il circo mediatico e diplomatico ci vende il messaggio secondo cui il problema è proprio l'opposto, ossia che nel mondo sta riprendendo vigore un antisemitismo permeato nel caso mediorientale di fanatismo islamico e in Europa di neonazismo, e che la critica all'esistenza di Israele è inaccettabile. Ma i nostri nemici non sono così intelligenti come la massa li fa apparire di riflesso alla propria ingenuità. Basta scavare poco in profondità per smascherare l'inganno e capire che quella del circo mediatico altro non è che una banale esibizione per far intrattenere il popolino. Mentre su internet i blog e i siti anche minimamente antisionisti (diverso quindi da antisemiti) sono pochissimi, difficilmente rintracciabili e presto bloccati dalla Polizia Postale, i siti e blog di segno opposto spuntano come funghi, sono sempre in testa ai motori di ricerca, e lavorano spesso di concerto, come è possibile verificare attraverso i vari blog sionisti ospitati dalla piattaforma “ilcannocchiale.it” (Liberali per Israele, Il Blog di Barbara, Israele Diversa, etc.). Blog gestiti da persone molto permalose, facili alla censura dei commenti, e spesso residenti in Israele che però, chissà perché, vengono a vendere le loro notizie su portali italiani e in lingua italiana, come a voler fare propaganda. Un clima simile lo si respira nella cinematografia. Mentre il mondo viene stritolato dall'usura delle banche, dal produttivismo e da politiche estere che sono solo un gioco a scacchi dei potenti in cui chi crepa è sempre il pedone, Hollywood e dintorni vorrebbero farci credere che il nemico da cui guardarci ancora oggi sono redivivi nazisti contro cui è bene organizzare la resistenza nelle foreste e arditi attentati dinamitardi (The Defiance, Operazione Valchiria), oppure si inneggia alla presa di coscienza pacifista di Israele che balla un Valzer con Bachir mentre gli israeliani stessi eleggono al governo la destra più oltranzista e aggressiva. L'informazione di servizio dei giornali e dei tg fa ovviamente la sua ignobile parte. Tutta l'attenzione, anche quando gli israeliani attaccano e fanno strage, è focalizzata sul diritto di Israele ad esistere... cosa che di fatto nessuno mette in discussione anche se a sentire i giornalisti ogni critica alla politica di Tel Aviv è interpretata come un invito al ripristino dei treni per Auschwitz. Quindi, mentre la corrente tira a valle, la gente si lascia stupidamente convincere a remare verso monte... restando inevitabilmente ferma mentre gli inganni e le manipolazioni se la filano indisturbate alle loro spalle. 
 

Evo Morales è una medicina per i Popoli 

di Michele Orsini                                         

 

Vienna, 11 marzo 2009, apertura della Conferenza internazionale dell'Onu sulla droga, intervento del presidente boliviano Evo Morales, ex leader dei cocaleros. L’oratore tiene in mano una foglia di coca, ad un certo punto la mostra alla platea ed afferma: “questa foglia di coca  è una medicina per i popoli!”, se la porta alla bocca, inizia a masticarla e continua: ''se e' una droga, dovreste mettermi in galera. Le foglie di coca non sono cocaina, non fanno male alla salute, non hanno alcun effetto psicotropo e non danno dipendenza. La coca (…) non è dannosa per la salute umana nel suo stato naturale”. Morales ha chiesto per l’ennesima volta che la foglia di coca venga tolta dalla lista dei narcotici, stabilita a Ginevra nel 1961 in occasione della stesura della Convenzione Unica sugli Stupefacenti, suggerendo che al suo posto venga inserita la pasta di coca, prima trasformazione verso la cocaina. In Italia intanto infuriavano le polemiche suscitate dalla proposte di modifica che il governo ha presentato alla legge Fini-Giovanardi. Occhi puntati in particolare su Trieste, che ospitava tanto la Quinta Conferenza Nazionale sulle Droghe, tenutasi dal 12 al 14 marzo al Teatro Verdi, con interventi di entrambi i politici che danno il nome alle succitata legge, che un contro-convegno di protesta, organizzato negli stessi giorni nel vicino Teatro Miela dalla Rete Operatori del Friuli-Venezia Giulia, che si occupa di tossicodipendenze. Nella giornata d’apertura alcuni operatori della Rete hanno anche contestato Giovanardi mentre questi rispondeva ai giornalisti. Della provocazione di Morales a Trieste, come ovvio, si è parlato molto, in particolare al Miela gli sono stati tributati grandi applausi, trattandolo come una nuova icona antiproibizionista: un’evidente forzatura. Evo Morales può essere considerato sì una bandiera, ma della lotta all’imperialismo occidentale. La sua battaglia non è per una liberalizzazione delle droghe, ma per la difesa della sola foglia di coca che, al naturale, considera non una droga ma una medicina. Difendere la coca significa difendere la millenaria cultura andina nel suo complesso. Quando nel XVI secolo gli Spagnoli penetrarono in Perù vietarono agli indios il consumo di foglie di coca. Un Editto spagnolo datato 18 ottobre 1569 definiva la coca “una idolatria, un’opera del demonio” che “fortifica solo in apparenza e per volontà del Maligno”. Queste preoccupazioni metafisiche furono superate quando si capì che era più conveniente sfruttare economicamente la “diabolica” pianta e si iniziò a far lavorare (in condizioni disumane, anche 48 ore di seguito senza né cibo né sonno) gli indios nelle miniere, pagandoli soltanto con foglie di coca. Questi fatti storici, sconosciuti o quasi in Occidente, chiariscono come questa battaglia di Morales si inquadri coerentemente nella sua lotta per l’emancipazione degli indios da una parte e abbia un valore simbolico nella lotta all’imperialismo (oggi non più spagnolo ma yanquis) dall’altra. La foglia di coca è per di più una delle poche risorse naturali delle quali la Bolivia è ricca, sdoganarla come medicinale potrebbe avere importanti ricadute politiche ed economiche: gli Usa vedrebbero un loro avversario rafforzarsi, le multinazionali farmaceutiche perderebbero di certo una fetta dei loro introiti. Nella sua visita al Cremlino di circa un mese fa Morales ha raggiunti numerosi e importanti accordi col presidente Dmitri Medvedev, compresi quelli concernenti la collaborazione nel contrasto del narcotraffico: la potenza eurasiatica è così diventata il partner principale della Bolivia. La collaborazione tra La Paz e Washington nella lotta alla droga si è chiusa definitivamente: ciò era inevitabile dopo che il governo Bush, nello scorso settembre, aveva affermato di considerare Bolivia e Venezuela tra gli “stati che hanno fallito in maniera dimostrabile nella lotta alla droga”. Allora il direttore dell’ONA, l’Ufficio nazionale antidroga del Venezuela, colonnello Nestor Reverol, definì la dichiarazione statunitense “unilaterale, coercitiva e arbitraria”, ricordando che la Carta dei diritti e doveri economici degli Stati dell’ONU impedisce di “adottare misure economiche e politiche (…) per ottenere la subordinazione di uno Stato nell’esercizio dei diritti sovrani”.  Morales affermò che “gli Usa non hanno nessuna morale per parlare di droga” e accusato la DEA, l’agenzia antidroga statunitense, di cospirare contro il suo governo. Al momento dell’elezione di Barack Obama ha poi caldeggiato un miglioramento nelle relazioni tra i due paesi, ma ha messo in chiaro che non permetterà mai più alla DEA di tornare in Bolivia. Come a dire che Obama sarà (forse) meglio di Bush, ma degli yanquis non c’è comunque da fidarsi: una consapevolezza che purtroppo dalle nostre parti stenta ancora ad attecchire…  
 

Comunitarismo come alternativa alla globalizzazione 

di Michele Franceschelli 

Sabato 28 Marzo a Bologna, presso la Sala dell’Angelo in via San Mamolo 24, si è tenuta la conferenza di presentazione del libro “Alla ricerca della speranza perduta”, scritto da Costanzo Preve e Luigi Tedeschi e pubblicato dalla Settimo Sigillo nel febbraio del 2008. L’evento è stato organizzato dal blog Anchesetuttinoino che, nato sotto le due torri, ha velocemente intessuto importanti collaborazioni con altre persone sparse per l’Italia. Le tematiche affrontate dal blog sono spesso eterogenee per contenuti e punti di vista, ma sono accomunate, come suggerisce il nome stesso, dalla volontà di contrastare, con un esercizio di studio e confronto, lo schiacciante conformismo culturale di massa, cercando di andare oltre gli schemi interpretativi dominanti. La conferenza di sabato 28 Marzo è rientrata perfettamente all’interno di questo percorso di ricerca di nuovi modelli conoscitivi della realtà odierna e di proposizione  di credibili proposte alternative. “Alla ricerca della speranza perduta” infatti è scritto da due  esponenti di opposte fazioni di destra e di sinistra, interpreti nei decenni passati di una guerra civile angosciosa che ha prodotto profonde ferite ancor oggi aperte. I due autori, però, non hanno avuto paura a mettere in discussione se stessi, con tutto il patrimonio culturale e spirituale che gli appartiene, confrontandosi francamente con le idee dell’altro. Preve e Tedeschi non disconoscono le appartenenze di origine,  ma considerano tali radici culturali un elemento  di partenza, il cui superamento deve essere realizzato tramite una riflessione aperta sulle tematiche del lavoro, della giustizia sociale, del  capitalismo, della globalizzazione, dell’imperialismo Usa, per giungere  alla formulazione di modelli sociali differenti ma contigui e compatibili, che trovano uno sbocco comune nella proposta comunitarista. E’ una posizione che rompe la staticità delle appartenenze ideologiche identitarie di destra e sinistra, ridotte ormai al ruolo di testimoni di un’epoca esaurita. Una collocazione di questo tipo è solitamente impedita o emarginata; nella nostra città in modo particolarmente soffocante. Per tale motivo la conferenza è stata importante anche per dare ulteriore impulso al processo di  superamento di un certo tipo di  contrapposizioni politiche, che motteggiano gli anni’70, scleroticamente sopravvissute in sparuti gruppi per mascherare la mancanza di idee e soluzioni per l’attualità. Il libro, pur pubblicato più di un anno fa, è ancora estremamente attuale, dato lo stravolgimento che sta subendo l’ideologia dominante a causa dei trambusti della crisi economica internazionale; il mutamento in atto impone al sistema  dominante incentrato sugli Usa di ridefinirsi, ed è necessario pertanto l’aggiornamento continuo, attraverso una riflessione profonda scevra da pregiudizi identitari, per comprenderne le nuove caratterizzazioni. E’ uno sforzo che Preve e Tedeschi stanno compiendo da diversi anni ed è auspicabile che si prosegua su questa strada, senza farsi intimorire o frenare dalle difficoltà che inevitabilmente si incontrano.  

Signoraggio Secondario: come prestare denaro che non esiste…

di Manuel Zanarini

Come funzionano i prestiti bancari? Facciamo un “piccolo” passo indietro nel tempo. Una volta i mercanti giravano con le loro belle monete d’oro per le strade d’Europa, ma viaggiare così era piuttosto scomodo e insicuro, così pensarono di trovare un’alternativa. Il sistema ideato era semplice ma ingegnoso: le monete venivano depositate presso alcuni uffici (le banche) le quali rilasciavano degli attestati che garantivano il possessore dell’equivalente in oro del credito che contraevano col mercante. Per riscuotere l’oro relativo, bastava recarsi dal banchiere, dargli il “titolo” e in cambio si ricevevano le monete. La banca si faceva pagare la commissione sui servizi offerti. Il risultato era che le monete restavano ferme e quello che girava erano solo pezzi di carta, coperti dall’oro depositato e dalla fiducia di poterlo riscuotere. Per fare un esempio, io mi recavo dal banchiere con 100 monete d’oro e lui mi dava 10 titoli validi per 10 monete l’uno. Dopodichè mi recavo dal contadino e compravo della frutta dandogli non le monete, ma un pezzo di carta che da un lato attestava il mio debito nei suoi confronti, dall’altro il suo credito nei confronti della banca per 10 monete. Così facendo anche la banca aveva un debito, coperto dall’oro che gli davo in custodia. A questo punto il contadino ha due possibilità: o va dal banchiere col titolo di credito e ritira le monete d’oro, oppure fa altri acquisti pagandolo coi titoli (lasciando le monete sempre a disposizione del banchiere). Col passare del tempo, il banchiere si accorse che solamente il 10% dei titoli venivano riscossi, mentre il 90% dell’oro rimaneva fermo nei suoi depositi. Allora pensò di farlo fruttare cominciando a prestarlo, bastava tenerne fermo il 10% e non c’erano problemi. Lasciamo ora i tempi andati e trasferiamoci nelle odierne banche. Come sappiamo (si veda l’articolo sul signoraggio primario: N.8-II° Opposta Direzione, dicembre 2008) al giorno d’oggi, il denaro non è più coperto da riserve auree; infatti oggi i prestiti devono essere coperti dal capitale bancario. C’è solo un piccolo problema: il capitale di cui si parla non corrisponde ai soldi realmente posseduti dalle banche. Vediamo di spiegare meglio la situazione. Gli accordi definiti “Basilea I” del 1988 stabilivano che i prestiti dovevano essere coperti almeno per l’8% con capitale proprio (Eigenkapital). Nel 2006 si sono siglati i nuovi accordi, “Basilea II”, che hanno variato la percentuale, tra 1,6% ed il 12% secondo il rischio di insolvenza, ma hanno lasciato immutato il fatto che la copertura sia data dal capitale e non dal denaro; infatti nel capitale di una banca rientrano anche i crediti che questa ha concesso alla clientela. Facciamo un esempio considerando il sistema bancario come un soggetto unico. Io chiedo alla mia banca un prestito di 1.000 Euro e per questa cifra mi viene fatto credito, l’istituto conteggerà 1.000 Euro come liability (denaro dovuto) e 1.000 Euro nell’asset (attivo patrimoniale). Ora io uso questo credito emettendo un assegno ad una ditta per pagare dei lavori e quest’ultima invece di incassarlo lo versa sul suo conto in banca. A questo punto la banca accredita alla ditta i 1.000 Euro e contemporaneamente segna nel suo patrimonio gli stessi 1.000 Euro, senza togliere i miei 1.000. Così facendo il patrimonio della banca risulterà aumentato del 100%, da 1.000 a 2.000, senza aver utilizzato nessun denaro reale; infatti, giova ricordare, che gli accrediti, i bonifici, gli assegni,ecc. non sono reale denaro, ma solo promesse di pagamento per un certo valore di denaro! Come abbiamo detto, la copertura dei prestiti è data dal patrimonio bancario, che in questo caso, senza aver nessun tipo di reale garanzia, sarà raddoppiato, così come raddoppierà la possibilità della banca di prestare denaro. Senza considerare che con questo stratagemma, le banche nascondono enormi guadagni; infatti comunemente il sistema ci fa credere che le banche guadagni solo le differenze d’interesse, ma non spiegano gli enormi aumenti “virtuali” di patrimonio da cui ricavano ulteriori interessi. Ora che abbiamo visto che la banca presta “denaro virtuale” senza alcuna garanzia e soprattutto senza alcun costo, tranne la fatica di fare un click col mouse , vediamo nel dettaglio come funziona la creazione di questo “denaro virtuale”. Supponiamo che io depositi 100 Euro in banca e che il coefficiente di riserva frazionaria, la quantità che per legge va detenuta nell’istituto,sia del 2,5%, la banca stessa potrà prestare 100:0.05=2.000 Euro, ora se l’interesse sui prestiti fosse sempre del 2,5%, la banca guadagnerebbe di soli interessi 2.000x2.5%= 50 Euro. Il risultato è che la banca, sui 100 Euro che ho depositato, guadagna il 50% di interessi ed il 2.000% di capitale (questo si chiama signoraggio secondario)!!!! Secondo alcuni studiosi, però, questi sono dati al ribasso. Infatti, esiste una legge che consente alle banche la mobilizzazione delle riserve, cioè possono movimentare l’intera riserva, purché alla fine della giornata la riserva media giornaliera calcolata su un mese sia pari all’ammontare della riserva dovuta, in buona sostanza possono prestare l’intero deposito, purché a fine giornata il conto che ogni istituto ha preso la banca centrale non sia in negativo. Questo fa sì che girando il “denaro virtuale” attraverso vari istituti durante la giornata, 1.000 Euro “reali”possono diventare 50.000 nell’arco di 24 ore, con un evidente pauroso  guadagno da signoraggio secondario, considerando un tasso del 5% si parla di ricavo per 2.500 Euro, a fronte di interessi pagati di appena 20 Euro(al 2%)! (per approfondimenti: G. Venturi, “riserva frazionaria vs. riserva totale”, pag. 63, Euroschiavi, A. Miclavez – M. Della Luna, AriannaEditrice, luglio 2006). Alcune considerazioni s’impongono. Innanzitutto bisogna denunciare la menzogna che viene comunemente diffusa che le banche guadagnerebbero solo la differenza tra interessi passivi e attivi; infatti, come abbiamo visto, le cifre sui cui queste percentuali vengono calcolate sono molto diverse! Secondo, che grazie a questo sistema, il 90% del denaro circolante è “virtuale” (assegni, bonifici, accrediti, prestiti,ecc.), quindi “creato” senza costi dalle banche, ma sul quale il cittadino deve pagare interessi frutto del suo lavoro, facendo guadagnare loro cifre spaventose, al contempo indebitandosi sempre più. Infine, va considerato che il “denaro virtuale” circolante al mondo è 5 volte maggiore di tutti i beni esistenti. Ciò significa che il denaro circolante rappresenta un debito scoperto per l’80%! Il sistema mondiale si regge sul fatto statistico che meno del 2% dei depositi bancari verranno ritirati. Il “giochino” si rompe quando succedono crisi come in Argentina o in Inghilterra, allorché la gente va in banca pensando di poter ritirare il “denaro reale”, col risultato di inutili file davanti agli sportelli per sentirsi rispondere che i soldi non ci sono!!! 

Immigrazione, una risorsa …per chi?

di Gianfredo Ruggiero

L’immigrazione è generalmente considerata una risorsa, io invece la considero una sconfitta, anzi una duplice sconfitta. Una sconfitta per i paesi d’origine che si dimostrano incapaci di assicurare un futuro ai loro figli costringendoli ad abbandonare la propria terra, i propri affetti, le proprie abitudini  per cercare fortuna, dopo aver rischiato la vita a bordo di una carretta del mare, in paesi spesso inospitali. Come accadeva ai nostri nonni, quando con la valigia di cartone legata con lo spago in mano, leggevano esterrefatti all’ingresso dei bar della Svizzera interna cartelli con scritto: “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Rappresenta una sconfitta per i paesi di approdo per gli inevitabili conflitti sociali che ne derivano quando, come nel nostro caso, il fenomeno raggiunge proporzioni di massa. Agli spacciatori italiani si aggiungono gli spacciatori stranieri, agli stupratori italiani si aggiungono gli stupratori d’oltreconfine, alla mafia italiana si aggiunge quella cinese, russa e albanese. Senza contare la recrudescenza di rapine e furti nelle abitazioni nonostante la militarizzazione del territorio con telecamere ad ogni angolo di strada e forze di polizia, carabinieri, militari, vigili, vigilantes e (patetiche) ronde più o meno padane a presidiare i quartieri. A questo punto dobbiamo domandarci a chi giova l’immigrazione, che molti si ostinano a considerare una risorsa, valutato l’altissimo costo sociale ed anche economico che tutti noi siamo chiamati a sostenere. Anche gli immigrati infatti si ammalano e vanno curati a spese dello Stato, le case popolari non bastano e ne vanno costruite di nuove anche per loro, davanti agli uffici degli assistenti sociali la coda dei disperati è sempre più lunga. La realtà è che l’immigrazione più che una risorsa per l’Italia è una convenienza per molti, come dimostra il paradosso che stiamo vivendo: da un lato italiani disoccupati o in cassa integrazione, famiglie alla disperazione e giovani senza futuro e dall’altro immigrati che invece un lavoro lo trovano. In tutti i settori della nostra economia dall’industria ai servizi, dall’artigianato all’agricoltura, troviamo stranieri che fanno gli stessi lavori degli italiani. Se gli immigrati un lavoro lo trovano e gli italiani no cosa significa? Che siamo diventati un popolo di lazzaroni? Che i nostri giovani non hanno più voglia di lavorare? Che consideriamo degradante perfino fare l’operaio? Sicuramente c’è del vero in queste affermazioni: molti italiani più che al lavoro ambiscono al posto, molti disoccupati lo sono solo per il fisco, molti figli piuttosto che sporcarsi le mani preferiscono farsi mantenere dai genitori… ma bastano queste considerazioni a spiegare un fenomeno, quello dell’immigrazione più o meno clandestina, regolare o irregolare che sia, in forte e continua crescita? La verità è che gli stranieri, a prescindere dal tipo di occupazione, sono preferiti sempre di più agli italiani. I nostri imprenditori scelgono gli immigrati per il semplice motivo che costano meno e rendono di più. Sono disponibili a lavorare in nero, non fanno storie quando gli si chiede di lavorare 10/12 ore al giorno per poche centinaia di euro, per dormire si accontentano di una branda in una fabbrica abbandonata o sono disposti a lasciare parte del loro magro compenso al datore di lavoro per un posto letto in un tugurio, se cadono dall’impalcatura nessuno se ne accorge, nei laboratori clandestini dove si produce per le grandi firme i cinesi vivono e dormono sul posto lavoro….tutte condizioni indegne per un paese civile, ma accettabili per chi proviene dall’Africa più nera o dai balcani squassati dalla guerra o dalla Cina dei campi di lavoro e che fanno la fortuna dei tanti, tantissimi imprenditori italiani senza scrupoli e coscienza. Il partito di Bossi ha sponsorizzato un film sulle cinque giornate di Milano, per le comparse chi pensate abbiano utilizzato, giovani padani? Neanche per sogno, un migliaio di rumeni ingaggiati direttamente nel loro paese. La giunta provinciale di Varese a guida nordista non ha battuto ciglio quando, per i mondiali di ciclismo dello scorso anno, il ricco mercato dei gadget è stato affidato a ditte cinesi invece che alle industrie del nord (e poi tappezzano le nostre città con manifesti con cui denunciano l’invasione dei prodotti made in China). Anche in questo caso le ragioni del soldo prevalgono su tutto, anche sulla fede padana. Quando i nostri industriali, partiti e sindacati lanciano l’allarme occupazione, quando il governatore di Bankitalia Draghi si straccia le vesti per i contratti a termine che non saranno rinnovati, quando il governo con i nostri soldi sostiene l’industria dell’auto e la cementificazione del territorio….quando gli uomini che contano ci esortano a creare nuovi posti di lavoro a chi si riferiscono, agli italiani o agli immigrati? Tutti noi siamo chiamati a fare sacrifici, ma a quale scopo, per dare un futuro ai nostri giovani, per dare un lavoro ai nostri disoccupati o per sostenere l’immigrazione ad esclusivo vantaggio di certi imprenditori? Vi sono convinzioni ideologiche e vantaggi economici che mettono d’accordo tutti: i partiti, da destra a  sinistra, gli imprenditori e anche la Chiesa. Per la destra il principio cardine del capitalismo - il fatidico libero mercato - porta i nostri politici e imprenditori che si riconoscono pienamente in questa ideologia immigrazionista, a non fare distinzione tra italiani e stranieri. Per loro i lavoratori sono solo dei mezzi di produzione, una sorta di articoli di magazzino da usare quando servono e da eliminare quando diventano un costo. Se sono stranieri tanto meglio, rendono di più, costano di meno e si cacciano più facilmente. Come faccia la destra di Fini a conciliare il suo decantato principio di identità nazione con la massiccia immigrazione è poi un mistero. La sinistra, legata al mito della società multietnica, non pare interessata alle sorti dei nostri operai altrimenti si batterebbe per eliminare questa concorrenza sleale ai loro danni. Non lo fanno, gli eredi di Marx, per diluire la nostra identità e perché sono nostalgicamente legati al mito dell’uguaglianza: tutti uguali di fronte alla miseria. E poi pensano, o meglio si illudono, di indottrinarli facilmente per colmare i vuoti nelle fila dei loro tesserati. La Chiesa, infine, per un mal compreso senso di solidarietà. Essa ha una visione sovranazionale e tutti sono figli di Dio, quindi ben vengano i nuovi diseredati che si aggiungono ai nostri sofferenti, con la differenza che i nuovi venuti una fede già ce l’hanno, e non è quella cattolica….e poi, diciamola tutta, per alcune associazioni umanitarie come la Caritas che percepiscono fior di quattrini dallo Stato per l’assistenza agli immigrati, l’immigrazione rappresenta un bel business. Su queste considerazioni, che già di per sé basterebbero per squalificare i nostri politici e a comprendere l’affanno della Chiesa, sovrasta l’ideologia capitalista. Il capitalismo appunto, malattia infantile di un’Europa alla deriva. Nato trecento anni fa dalla mente perversa di un economista fallito, certo Adam Smith, si esprime attraverso il principio del libero mercato. Libero mercato è la ricerca a tutti i costi della convenienza economica, a prescindere da qualunque considerazione di ordine etico, sociale, di interesse nazionale o di semplice buon senso. Il capitalismo - da non confondere con la libertà d’impresa e con la proprietà privata che sono sempre esistiti in quanto insiti nella natura umana e che hanno contribuito allo sviluppo delle civiltà, quelle vere - ha un solo obiettivo, il profitto ed una sola regola, il mercato. “Meno stato e più mercato”. Questo slogan demenziale ha portato, solo per fare alcuni esempi, a distruggere le nostre arance, le migliori del mondo, per importare gli agrumi da Israele e dalla Spagna, a multare i nostri allevatori per poi acquistare il latte dalla Francia, a chiudere le fabbriche in Italia per spostare la produzione all’estero, ad abbandonare interi settori manifatturieri per importare gli stessi prodotti da Cina, Pakistan o India, ed ora ad assumere immigrati. E lo Stato? Tace e acconsente, anzi si compiace perché il principio del libero mercato è rispettato. Non fa nulla se dipendiamo sempre di più dall’estero, che non abbiamo più una nostra economia e che ci siamo legati a filo doppio a quella americana. Dipendenza economica significa anche dipendenza politica, ne sono la riprova le 113 basi militari americane (alcune nucleari) sul nostro territorio e mantenute con i nostri soldi, gli oltre 10mila soldati italiani all’estero a sostenere, a nostre spese, le guerre volute da Bush (e ora da Obama), la nostra politica estera scodinzolante e il peso politico internazionale praticamente nullo. Anche il sud del mondo non va certo meglio, sta infatti soffrendo anch’esso le conseguenze nefaste del capitalismo globalizzato. Dopo le rapine delle potenze coloniali dei secoli scorsi, nei Paesi dei terzo mondo privi di risorse naturali si era avviata un’economia di sussistenza, semplice e primitiva, ma che garantiva a quelle popolazioni stremate dalla fame perlomeno la sopravvivenza e creava i presupposti per un successivo sviluppo. Quello che si produceva in agricoltura, pastorizia e pesca serviva principalmente a loro e solo le eccedenze venivano esportate. Poi sono arrivate le multinazionali che con il pretesto degli aiuti umanitari hanno imposto le monocolture e la scandalosa produzione dei biocarburanti (coltivazioni per ricavarne benzina e gasolio) destinate esclusivamente all’esportazione. Tutto ciò di cui quelle popolazioni avevano bisogno e che in precedenza producevano in proprio viene ora importato, naturalmente dalle stesse multinazionali e pagato a caro prezzo. E qui entrano in gioco il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale prodighi di prestiti subordinati alla completa trasformazione dell’economia di sussistenza in economia di mercato per l’esportazione. In più, parte di quel fiume di dollari che legano a filo doppio quei paesi condannandoli a pagare per sempre tassi d’interesse usurai, finiscono nelle casse dei dittatorelli di turno che li usano per acquistare armi, vendute naturalmente dagli occidentali e così quei dollari ritornano da dove sono venuti. Rappresentativa è l’immagine del bambino africano denutrito con al suo fianco il miliziano ben pasciuto, che spara all’impazzata a bordo di una camionetta. Manca il cibo, ma non le armi, manca l’acqua, ma non la benzina per i militari. 

 
 

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